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REGOLA MONASTICA DELLA FRATERNITÀ DI SAN COLOMBANO

 

LO SPIRITO E LA SPOSA DICONO VIENI

VICIT LEO DE TRIBU JUDA, RADIX JESSE

Prologo

 [I]

 “Poi vidi: ecco una porta aperta nel cielo. La voce che avevo udito prima parlarmi come una tromba diceva: “Salì quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito …” (Ap 4,1-2a). “Alzati e misura il Santuario di Dio e l’altare e il numero di quelli che vi stanno adorando. Ma l’atrio che è fuori del Santuario, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balia ai pagani, i quali calpesteranno la città santa per 42 mesi” (Ap 11,1-2).   Allora si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca dell’alleanza (11,19). Ed ecco c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto … nell’aspetto era simile a diaspro e cornalina (4,2b-3). Poi in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dai 24 anziani, un Agnello, in piedi, come immolato (5,6). E vidi: ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion, e insieme a lui 144.000 persone, che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo (14,1). .. Sono coloro che non si sono contaminati con donne: sono vergini, infatti, e seguono l’Agnello dovunque vada (14,4). Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti di bianche vesti e tenevano rami di palma nelle loro mani (7,9). “Stanno davanti al trono dell’Agnello e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio” (Ap 7,15).  Il tempio si riempì di fumo, che proveniva dalla Gloria di Dio e dalla sua potenza (15,8).[1] Essi sono il campo dei santi di Dio e la città amata (20,9); la donna vestita di sole (12,1) e la Sposa dell’Agnello” (21,2).

[II]

Se tu vuoi oggi abbracciare la nostra vita monastica devi sentire fortemente nel cuore l’appello ad abbracciare la vita dei centoquarantaquattromila dell’Apocalisse che stanno davanti all’Agnello come immolato. Essi  sono il nuovo tempio dove Dio abita, l’abitazione dove è scritto il suo nome (cfr Ap 7,2-8; 14,1; Dt 12,11). Essi, come individui e come comunità, sono il nuovo e terzo tempio di Dio sulla terra. La loro localizzazione sulla terra non è né Gerusalemme, né Babilonia, ma il deserto, dover sono custoditi da Dio ( Ap 12,6). Essi sono vergini, immacolati (14,4-5; Lv 21,17-24) e consacrati a Dio come sacerdoti (7,9; 6,11; 16,15). Essi sono coloro che hanno perseverato e custodito i comandamenti di Dio e la fede in Gesù (Ap 14,12). “Essi sono gli eletti e i fedeli” (Ap 17,14). Essi cantano in continuo un canto nuovo davanti al trono e davanti all’Agnello (14,2-3; 15,2-4).

Ciascuno di noi, infatti, ha visto il tempio celeste aprirsi davanti a lui ed ha sentito la chiamata: “Sali quassù” (Ap 4,1), esci dall’atrio esterno del Santuario che sarà lasciato in preda ai pagani (cfr Ap 11,2).

La prima condizione per salire ed entrare nel Santuario Celeste, che è il cuore della Chiesa, è quella di restaurare la propria umanità ferita dal peccato e riattivare le proprie potenze battesimali, attraverso il cammino di una vita di conversione che passa dalla restaurazione dello stato verginale all’accoglienza della vita battesimale. La seconda è il passaggio alla sponsalità mistica. La terza, che è la conseguenza delle prime due, è l’esercizio della nostra vita monastica come vita regale e sacerdotale.

[III]

capitolo primo: della restaurazione dell’uomo verginale e della vita soprannaturale battesimale

L’icona: l’Immacolata concezione e l’Annunciazione (Lc 2,26-38)

Il motto: Io provo per voi una sorta di gelosia divina: vi ho promessi infatti a Cristo come vergine casta (2Cor 11,2)

Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me (Gal 2,20)

 

Ciascuno di noi, povero peccatore,  sente di dover assecondare la danza della misericordia divina che gli dice: “Siate dunque perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Ciascuno di noi, perciò, sente che deve intonare dapprima il canto di lutto per riportare la propria natura umana al suo stato di verginità originale, poi il canto nuovo di lode e di gioia nel rivestirla (Mt 11,17; Ap 7,9) delle potenze battesimali infuse dallo Spirito Santo.[2]

La rigenerazione verginale la riviviamo insieme con Maria nel mistero dell’immacolata concezione, che per noi poveri peccatori si presenta come un cammino di purificazione dalle conseguenze del peccato originale per rendere capace il nostro cuore ad accogliere il mistero dell’incarnazione, che per noi è la vita soprannaturale donata dal battesimo. Questo avviene: 1) mediante lo svuotamento-purificazione di sé stessi e la conversione.[3] 2) mediante l’accoglienza del dono, l’unificazione e l’illuminazione del cuore.

[IV]

  • lo svuotamento e la purificazione di sé, per liberare il cuore dai condizionamenti mondani e demoniaci del secolo: è la fuga mundi,[4] fino a che l’uomo vecchio, il corpo carnale, psichico e terreno, muoia completamente a se stesso: questa è la via regale dell’encrateia, dell’umiltà o piccolezza, per la liberazione e guarigione (Col 3,5) dalle ferite della ragione, della volontà, dell’appetito irascibile e di quello concupiscibile, provocate dal peccato originale.[5] Senza questo combattimento spirituale il monaco non progredisce.

La conversione, per riportare l’uomo al suo più profondo cuore di purezza naturale verginale e soprannaturale battesimale, laddove la sua sofferenza di peccatore offerta a Gesù si incontra nel suo cuore con il mistero redentore del Cristo crocifisso e risorto. Questa è la via della contrizione, della preghiera del cuore, dell’’interiorizzazione e della guarigione. (2Cor 5,1-10). “Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Per questo sarà fatto costante uso del sacramento della riconciliazione, ed una applicazione scrupolosa delle penitenze conseguenti all’accettazione della via monastica, come digiuno, continenza, veglia, sopportazione, fortezza, esichia, afflizione spirituale, umiliazione.[6]  Infatti ogni attività del corpo e dello spirito compiuta senza la fatica di questo combattimento spirituale non porterà mai frutto a chi la persegue. Poiché il Regno dei cieli è oggetto di violenza, e solo i violenti lo rapiscono (Cfr Mt 11,12);[7] e ancora: “Credete che io sia venuto a portare la pace sulla terra, no vi dico, ma la spada” (Mt 11,34).

 

[V]

 

  • l’accoglienza del dono di Dio conferito nel battesimo, laddove la vergine diventa promessa sposa, secondo l’azione dello Spirito del Signore in sé, generando il corpo celeste e spirituale. “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,21);

l’unificazione del cuore dalla divisione dell’uomo dipsico: arrivare ad unire l’uomo verginale con l’uomo battesimale, per giungere ad avere una sola volontà in Dio come in cielo, dove angeli e santi sono tutti uniti nella volontà divina e formano un unico coro di amore. Questo porta a:

l’illuminazione del cuore mediante il discernimento e il carisma profetico (dioratico) donato nel battesimo: “Beati i puri nel cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Allora diventerà elevazione di tutto se stesso e del mondo.[8]Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!” (Ap 2,7). E per chi ascolta, allora: “Lo Spirito getterà i suoi raggi sulle membra tutte dell’uomo, e le sue potenze danzeranno nel mezzo dell’anima e i cherubini e i serafini lo proteggeranno sotto le loro ali. Da qui inizia allora l’elevazione del proprio cuore sino ad arrivare in possesso della piena verità di se stessi come membra del Corpo Glorioso di Cristo.[9]

[VI]

Tutto ciò per noi si consegue mediante la  pratica delle virtù votate della:

Obbedienza: “Essi seguono l’Agnello dovunque va” (Ap 14,4). “Essi sono gli eletti e i fedeli” (Ap 17,14). Derivando direttamente dalla virtù teologale della fede, l’obbedienza è la virtù chiave che apre la porta, la strada maestra per tornare all’innocenza originale e poi battesimale e da lì decollare verso la Gloria per noi preparata fin dalla fondazione del mondo. Essa è l’opera penitenziale principale del monaco, la via principale della imitazione di Cristo che si è fatto schiavo e servo, obbediente sino alla morte di croce (Cfr Fil 2,5-11). Questa è l’essenza principale della virtù della fede. Per il monaco consiste soprattutto nel non fare niente di propria iniziativa senza chiedere consiglio agli anziani: “Noi non siamo i padroni della vostra fede, ma i collaboratori della vostra gioia” (2Cor 1,24; cfr GV 5,19 ),[10]  per diventare un solo corpo nella koinonia (Cfr Gv 17,11; 1Cor 12,12-13).

  • Del lavoro

Il lavoro insieme al silenzio è il nostro mezzo principale per continuare la preghiera durante la giornata. Esso deve essere quindi di preferenza ciclico e monotono, fatto in obbedienza, nel silenzio e nel raccoglimento per conservare la presenza interiore e la risonanza della Parola nello Spirito, con devota dedizione verso i fratelli ed il creato tutto, dal momento che mediante la nostra attività entrambi si trovano sottoposti a qualche genere di cambiamento (Cfr 2Tes 3,10). Così il lavoro è il tempo e lo spazio e la materia che si incontrano col nostro essere, mediante il quale l’uomo si fa materia e la materia si eleva. come avviene nell’Eucarestia.[11] Il lavoro deve tendere nella sua finalità a trasformare il creato in giardino delle delizie e la società nella  città di Dio, come anticipazione del dono finale del nuovo Eden e della Gerusalemme celeste (Ap 21,1-4; 22,1-2). Proprio per il rapporto con questa sua finalità ultima esso subisce l’attacco di Satana, principe sconfitto di questo mondo, e può spesso trasformarsi in sofferenza e croce. In questo senso il lavoro è morte, e allora diventerà la nostra primaria opera di penitenza e di conversione da offrire a Dio per noi stessi, per i nostri fratelli e per il creato tutto, che ogni giorno così muore e risorge con noi (Cfr 1Pt 2,18-25).

  • Dello studio

Esso è fondamentalmente scrutare il pensiero di Dio così come si esprime nella Sacra Scrittura e cercarne i percorsi di realizzazione nella vita personale ed ecclesiale, nonché nella storia tutta dell’umanità mediante il carisma profetico.

  • Delle uscite dal monastero.

Memori della parola del Signore che dice “non salutate nessuno lungo la strada” (Lc 10,4), il buon religioso deve essere come il lupo, che va di rado in città e quando vi va vi rimane poco.[12] Ogni uscita dal monastero ed ogni rientro deve essere fatto in obbedienza ed essere sempre accompagnato dalla benedizione dell’Abate: “Per proteggere i tuoi passi e purificare la tua persona onde nessuna iniquità o influsso negativo possano entrare dal mondo e turbare l’atmosfera della koinonia”.[13]

[VII]

[Della] Povertà:  “Uscite, popolo mio da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte ai suoi flagelli” (Ap 18,4). E’ sperimentare l’abbandono alla Provvidenza e la ricerca continua del Regno di Dio (Lc 12,31). La povertà come virtù e come voto è frutto di una speranza viva; pace interiore, mancanza di affanno e di preoccupazione, abbandono fiducioso nelle mani del Padre, custodia del cuore (Lc 12,33-34). Essa è rinuncia alla superbia delle opere umane, perché: “Dio è all’opera per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuna carne possa gloriarsi di fronte a lui”(1Cor 1,28); è speranza contro ogni speranza (Rom 4,18); sopportazione nella persecuzione (cfr Rom 5,1-5) e alimento della speranza stessa da cui dipende direttamente (Sal 103(104),27).

  • Del non possedere e del non disporre nulla

Il monaco professo senza il permesso dell’Abate non potrà possedere nulla, né ereditare nulla, né commerciare o ricevere compensi per qualsivoglia attività, né trattenere presso di sé denaro o oggetti, suppellettili, vesti, ornamenti, oggetti religiosi, libri, telefoni, computer, cibi o medicine ….

  • Dell’uso dei beni

La povertà è altresì attento uso di tutti gli oggetti comuni, prime fra tutte le suppellettili liturgiche, e poi tutte quelle del monastero, come strumenti datici dal Signore per il suo servizio e il nostro lavoro a servizio dei fratelli e dei poveri ( cfr Es cc. 25-31; 34-40)

  • Della dieta monastica e del digiuno

La dieta ed il digiuno saranno basati su disposizioni dell’obbedienza sia per la koinonia tutta sia per il singolo e redatte secondo criteri medici onde garantire la salute di ognuno e la penitenza di tutti.

 

 

[VIII]

Come sintesi di questa prima tappa riportiamo interamente il comma finale della Regula Monacorum di San Colombano Abate:

“Il monaco viva in monastero sotto la guida di un unico padre e in una comunità di molto fratelli, al fine di apprendere da l’uno l’umiltà, dall’altro la pazienza; l’uno gli insegni il silenzio e l’altro la mansuetudine. Non faccia ciò che vuole, mangi ciò che gli si prescrive, non possieda se non ciò che riceve, assolva il compito che gli è assegnato, sia sottomesso a chi non vorrebbe. Vada a letto nella stanchezza, sonnecchi nel camminare e sia costretto ad alzarsi senza aver dormito abbastanza. Patisca l’ingiuria in silenzio. Veneri il priore del monastero e l’ami come suo padre; creda che tutto ciò che gli si ordina sia propizio alla sua salute e non dia giudizi sulle massime degli anziani, egli, il cui dovere è obbedire e compiere ciò che è giusto, secondo quel che dice Mosè: Ascolta Israele, e il seguito ….” .

 

[IX]

Capitolo secondo : dalla consacrazione verginale a quella sponsale.

L’icona: La Donna sotto la croce (Gv 19,25-27)

Il motto: Che c’è tra me e te o donna! Non è forse giunta la mia Ora? (Gv 2,4)

Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap 7,14)

E vidi la città santa… scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa per il suo sposo. Ecco la dimora di Dio con gli uomini (Ap 21,2-3)

 

Mediante la pratica delle virtù votate si ottiene progressivamente la restaurazione verginale e l’accoglienza della vita soprannaturale battesimale, a cui segue la consacrazione sponsale  alla theorìa divina[14] nel suo doppio movimento di assenso allo svolgimento dell’azione salvifica divina in noi (Opus Dei) e di coinvolgimento contemplante della stessa (esichia) (cfr Lc 23,48).[15]

Dal momento che eravamo stati già proletticamente creati come immagine di Dio, la vita perfetta (cfr Mt 5,48) è l’attualizzazione nel momento presente di quell’immagine escatologica scaturente dalla nostra unione alla theorìa divina, che costituisce il nostro vero io (cfr Ef 1,3-5; Col 1,18; 3,10) frutto della redenzione (hoc agit Spiritus gratiae: ut imaginem Dei in qua naturaliter facti sumus, instauret in nobis)[16].

Se l’essere cristiani è identico a vivere nell’atto della theorìa  divina come accoglienza responsabile e disinteressata del’Essere – Amore che si mostra – dona – rivela nell’Agnello–come-immolato e nel suo Spirito,[17] allora la consacrazione sponsale è il cuore pulsante di questo essere, l’adorazione dei centoquarantaquattromila (cfr Ap 5,8-9) e il loro canto perpetuo (cfr Ap 14,2; 15,2-4), da cui sgorga il sangue (lo Spirito) che dona la vita al corpo di Cristo che è la Chiesa in cui rinasciamo incorporati.[18]

[X]

L’icona di tale consacrazione sponsale che ne illustra la modalità di svolgimento è in primo luogo e in perpetuo la Vergine dell’Annunciazione e la Donna/Sposa sotto la Croce nel giardino del Golgota, nel momento massimo in cui la sua verginità raccoglie tutto il mistero di Gesù che muore donando lo Spirito, rendendo così possibile la redenzione. In quel momento c’è tutta la vita battesimale (cristiana) e monastica: verginità, tenebre, silenzio, esichia, povertà, accoglienza e sponsalità. Come Maria povera ed umile è Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie, perché con questa sua accoglienza  totale ha reso possibile la redenzione, così il monaco accoglie per la Chiesa tutta il mistero dell’Agnello Immolato, attualizzando l’oggi della salvezza mediante l’elargizione di ogni dono celeste.

Con quest’atto obbediente, umile e silenzioso la povera Vergine ebrea e il povero monaco/a  riveste lì, sotto la Croce, il corpo glorioso giunto al suo completamento e perfezione nell’unione a Cristo Sposo Divino (cfr Ap 21,29; 2Cor 11,2) capo della Chiesa (cfr Col 1,18). [19]

Tutto ciò sfocia in una vera vita unitiva e sponsale, in una vita soprannaturale calata dall’eternità nella materia e nel tempo, che si esplica nel vivere una vita misterica. Questa consacrazione sponsale, che è il cuore della nostra vita monastica, permette tanto l’analessi della passione quanto la prolessi dell’escaton in ciascuna nostra povertà e/o virtù già nel presente cammino. E’ vivere la Pasqua del Signore.

Questa consacrazione non è un sacramento, perché è ciò che rende possibile la vita misterica: essa non è un mezzo, ma la res stessa proletticamente vissuta nel voto, che ha la sua fonte nel rito dell’Eucarestia. Perciò essa è realizzata in pienezza  attraverso l’Offertorio Consacratorio proclamato nella stessa Sinassi.[20]

[XI]

Lì sotto la croce c’è la presenza del Cristo Sposo, Agnello – Come – Immolato, nel suo doppio atto:

  • Sponsale, nell’unirsi a noi con la sua Risurrezione, Ascensione e Sessione nella Gloria alla destra del Padre, il che crea il nostro stato escatologico come pieno compimento del nostro battesimo (cfr 1Cor 15,13) venendo impiegati per l’edificazione del corpo di Cristo che é la Chiesa ( cfr Ef 1,22; 2,21-22 e par).

 

Sono coloro che non si sono contaminati con donne: sono vergini, infatti, e seguono l’Agnello dovunque vada (Ap 14,4).

Per questo stanno davanti al trono di Dio

E gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio

E Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda su di loro

Perché l’Agnello come immolato che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore (Ap 7,15-17)

 

  • Regale e Sacerdotale, nell’ammetterci nel suo corpo che é la Chiesa alla totale partecipazione contemplante del Suo sacerdozio regale perpetuo e all’azione mediatrice universale di Maria verso il Cristo stesso.

 

In questo doppio atto di accoglienza e di offerta tutto il passato e il presente, tutto Dio, tutto l’uomo, tutta la storia [21] vengono ricapitolati nel fondamento ultimo dell’escaton. È la Pasqua del Signore. Per questo essa è il centro del giorno UNO della vita monastica (cfr Gen 1, 3), culmine di tutte le nostre attività ed aspirazioni e fonte di “ogni dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre della luce” (Giac 1,16); effusione completa dello Spirito Santo per vivere in pieno il mistero della Pentecoste, come koinonia con la Santa Trinità, con Maria  nella Chiesa tutta.

Questa è vita in Cristo nello Spirito e theoría divina, come piena illuminazione di quello stesso Spirito che, mediante la collatio quotidiana della Lectio Divina, deve guidare la vita di tutta la koinonia nella purezza di cuore nell’unità del discernimento profetico (dioratico) (cfr Ap 10,8-11), mediante il quale si esercita il governo della famiglia, della Chiesa e del mondo.

Questa è la vita contenuta ed espressa nel voto di castità che è il compimento di tutte le virtù e l’apice di tutti i voti.

[XII]

Della Castità: “Essi sono vergini e nessuna menzogna esce dalla loro bocca” (Ap 14,4-5). E’ la più delicata e suprema di tutte le virtù, in quanto sintesi di tutte le altre. È il trionfo della virtù teologale della Carità. Essa consiste nel non conoscere altro uomo che Gesù e poi tutti gli uomini solo per mezzo di Lui. Essa è la virtù ponte, perché guarda tanto alla ricostituzione dello stato verginale, che è madre della divina economia, quanto alla vita battesimale soprannaturale nonché all’unione sponsale, che è la perfezione della stessa. Fine di ogni virtù, essa genera l’integrità totale del corpo e dello spirito,  la perfetta fedeltà che evita ogni prostituzione.  Infatti ogni peccato, anche veniale, è in primo luogo un tradimento dell’amore sponsale di Dio (cfr Ez c. 16) e getta un’ombra e un appannamento su questa virtù.[22] Essa è vita verginale che permette la nostra offerta sacerdotale a Dio nel cuore purificato ed unificato e di conseguenza è vita regale della Sposa del Gran Re: “Promessi ad un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (2Cor 11,2). “Offrite i vostri corpi a Cristo come sacrificio di soave odore” (Rom 12,2). Mediante essa il nostro corpo verginale diventa come il corpo di Maria, tempio dello Spirito Santo  e madre del corpo di Cristo (cfr 1Cor 6,15-20): “Io sono venuto nel mio giardino, Sorella mia Sposa, ho raccolto la mia mirra col mio balsamo; ho mangiato il mio favo con il mio miele; ho bevuto il mio vino così come il mio latte. Mangiate, Amici, bevete, e inebriatevi di Amori” (Ct 5,1).

 

Essa è la sintesi e il culmine di tutti i voti, nella gioia e nel peso dell’Agape fraterna, come segnale di un iniziale, ma definitivo raggiungimento del giardino della Gerusalemme nuova o celeste, dove alla luce dell’Agnello come immolato (Ap 5,6; 22,1-5) i fratelli potranno vivere uniti in un Amore verginale e sponsale con Dio e fra di loro. Allora lo Sposo potrà finalmente abbracciare per sempre l’Amata Sposa nell’amplesso eterno dell’Amore dello Spirito Santo (cfr Ct 6,2; Lc 1,38; Ap 22,17).

[XIII]

Da questa unione sponsale ne deriva una maternità spirituale, che consiste nel partorire al mondo il Figlio di Dio, come la Donna dell’Apocalisse (Os 2,16-25; Ap 12,6), vivendo  nel deserto dell’Apocalisse o  nella stanza superiore del Cenacolo, che rappresenta il cuore della Chiesa. Vita posta tutta sotto l’arco dello sviluppo di questo Amore come risposta di fede al dono di Dio. Cosicché vita monastica è essenzialmente la via della vera vita, come vita di virtù secondo lo Spirito ad imitazione di Cristo Re e Sacerdote, condotta nel silenzio e nella solitudine nella quale troviamo Dio come nostro interlocutore unico.

  • Della preghiera

“Un angelo si fermò presso l’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse, insieme alle preghiere di tutti i santi, sull’altare d’oro posto davanti al trono” (Ap 8,3-4).  “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando ….” (Ef 6,18). Strumento regale per governare la Chiesa ed  il mondo con Cristo, la preghiera deve essere svolta secondo l’orario della giornata stabilito dalla koinonia, che è incentrato sulla recita dei Salmi e sulla sinassi Eucaristica. Essa deve essere altresì preghiera personale che sarà essenzialmente Lectio Divina per almeno un’ora al giorno, Adorazione Eucaristica per almeno due mezz’ore al giorno e soprattutto durante le notti sante del Venerdì e del Sabato,[23] recita del Santo Rosario e preghiera del nome di Gesù (Jehoshuca): “Io Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos … fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva … mi voltai e vidi  un uomo … ” (Ap 1,9-10). Tutto questo sfocia nel compimento della theoria che anima l’attesa della parusia.

  • Dell’orario della vita comune

Levata                                    ore 04,30

Mattutino                               ore 05,00

Lectio Divina                          ore 06,00

Lodi, S. Messa e Prima          ore 07,00

Colazione                               ore 08,00

                               Terza/ Capitolo/ Lavoro/ Studio/Adorazione Eucaristica

Sesta                                      ore 12,00

Pranzo                                    ore 12,15

                               Riposo

Nona                                      ore 14,45

                               Lavoro/ Studio/Accoglienza/ Adorazione Eucaristica

Vespri                                     ore 18,00

Lectio Divina                          ore 18,20

Cena                                       ore 19,00

                               Ricreazione comune

Compieta                               ore 21,00

                               Riposo ]

[XIV]

  • Del silenzio

“Essi stanno davanti al trono dell’Agnello e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio” (Ap 7,15). Esso è la massima espressione della sponsalità verginale, humus della theoria e dell’esichia, come dialogo ininterrotto con l’Amato, soffio dello Spirito (1Re 19) e bacio dello Sposo (Ct 1,1), cura del giardino interiore ed unione con il Diletto (Ct 4,16-5,1; Ap 22,1-5). Esso è frutto e custode della Pace del cuore e della koinonia (Ct 8,10).

  • Della solitudine

“Ma furono date ali di aquila alla Donna perché volasse nel deserto verso il proprio rifugio, dove venne nutrita” (Ap 12,14). Essa, come vita votata, consiste soprattutto nella progressiva rinuncia all’egoismo ed all’egotismo, al parlare di sé e a fare delle proprie sensazioni il criterio di giudizio. Essa è rinuncia ad avere qualsiasi tipo di rapporti preferenziali con i fratelli o con le cose. Quindi è povertà e penitenza per vivere una costante ricerca del rapporto con Gesù nell’illuminazione progressiva dello Spirito che viene dall’alto, dal Padre della Luce (cfr Gc 1,16), e nella koinonia ecclesiale ed universale degli ultimi tempi.

Come vita consacrata è ricercata di per se stessa, invocata e supplicata, come carità somma di pegno nuziale. Nel silenzio e nella solitudine infatti l’anima fedele si unisce al Verbo di Dio, la sposa allo Sposo, la terra al cielo, l’umano al divino. Ma lunga è la strada, aridi e secchi sono i sentieri che bisogna seguire per raggiungere la sorgente, il pascolo di vita eterna (Sal 22; 83). “Da Giovanni Battista in poi viene annunziata la Signoria di Dio e ognuno usa violenza per entrarvi” (Lc 16,16).[24]

  • Del capitolo quotidiano

Esso si terrà ogni giorno dopo Terza. In esso l’Abate farà l’applicazione del frutto della Collatio ai vari lavori quotidiani dei fratelli e ne aggiusterà il tiro o li modificherà secondo l’ispirazione.

  • Del capitolo settimanale

Esso servirà alla koinonia tutta sotto la guida dell’Abate a sintonizzare il cammino alla luce del carisma dioratico.

 

[XV]

 

Capitolo terzo: dell’autorità e del servizio nel monastero

Il senso nascosto delle sette stelle cha hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro è questo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese” (Ap 1,20).

L’icona: l’angelo della Chiesa che è come una stella nella mano destra del Salvatore (Ap 1,16)

Il motto: Soli Deo Gloria. Sed mihi da fructum[25]

 

La conduzione della vita monastica è affidata all’Abate ed agli Anziani suoi collaboratori eletti ogni quattro anni dai fratelli professi, mentre l’Abate è a vita.[26] Essi dovranno essere ripieni del carisma profetico del discernimento per essere docili all’azione, in loro stessi e negli altri, della misericordia di Dio, la quale talvolta ha percorsi al di fuori di ogni razionalità umana, servendosi anche del nostro peccato per far esaltare la Sua grazia (cfr Rom 5,20; 1Pt 5,1-4; Ap 4,4.9-11).

Così, mentre talvolta si sperimenta il dolore della ferita in noi stessi e/o nel fratello che ci è affidato dalla koinonia, sentiamo la voce dell’amore soavissimo di Dio che ci consola, il sorriso del suo volto che ci illumina, la carezza della sua mano che ci guarisce e il bacio delle sue labbra che ci sfiora insieme al bacio soavissimo di Maria sua e nostra sposa e madre.

[XVI]

Ogni monaco professo deve discernere questo nell’azione dell’Abate e degli Anziani verso di lui e l’Abate e gli Anziani nel comportamento del professo e nel cammino della koinonia tutta, anche quando fosse una lotta e una croce fatta di tante spine: “Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, insieme al mio nome nuovo” (Ap 3,12).

Memori del fatto che il Signore ha rinchiuso tutti nella disobbedienza sotto l’azione della sua ira, per usare a tutti misericordia (cfr Rom 11,30-32), l’Abate e il monaco professo dovranno cercare il senso salvifico di ogni accadimento anche il più negativo, anche nella durezza della disobbedienza e della punizione. Sull’esempio del penitenziario di San Colombano, attraverso la strada lì indicata della dura correzione della misericordia di Dio che si prende cura di ogni aspetto tanto della vita di ogni singolo individuo (cfr Ez 16) quanto della vita della koinonia nel suo insieme, si dovrà, anche per vie tortuose ed incomprensibili agli uomini, camminare insieme per ritrovare il senso di una vera alleanza mai rinnegata da Dio per amore del suo nome. “Figlio, non disprezzare la correzione del Signore!” (Eb 12,4). “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Sii dunque zelante e convertiti” (Ap 3,19).

In questo l’abate, coadiuvato dal consiglio degli Anziani, metterà in atto tutto il suo carisma dioratico onde operare un giusto e corretto discernimento per ogni singola persona e situazione particolare e/o generale-globale, con particolare attenzione ai più piccoli e ai più poveri: “E dall’altare udii una voce che diceva: “Sì, Signore Dio Onnipotente, veri e giusti sono i tuoi giudizi!” (Ap 16,7). Se poi l’Abate ti ordinerà qualcosa contro la tua coscienza, allora tu, pur non obbedendogli, non abbandonarlo e sopporta con gioia le persecuzioni che te ne verranno, perché tu non abbia a tornare al vomito della tua volontà, come dice San Paolo: “Siamo pronti a punire ogni disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sia perfetta”(2Cor 10,6).[27]

[XVII]

Il fine di questo cammino, quando esso, attraverso molteplici prove, avrà raggiunto la sua pienezza e perfezione, sarà quello di un confidente e finanche smarrito e confuso abbandono tra le mani di Colui che ci ha creato e redento (cfr Ez 16,61-63 e passim). A questo fine l’Abate deve vigilare e tendere, onde senza sosta questo risultato sia raggiunto per ciascuno e per tutti insieme. “Convertitevi!  Ascoltate! …Vigilate! .. Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve!” (Ap 2,17).

Infatti, come l’Abate ad esempio di ogni monaco deve assumere su di sé tutto il peso e l’impegno della propria guarigione e delle proprie sofferenze (cfr Mt 4,1-12; cfr il kópos dell’agape: 1Tes 1,3), così anche deve assumere tutta la sofferenza dei fratelli professi, in primo luogo, nonché quella dei poveri e degli ultimi e dell’assillo per tutte le Chiese (cfr 2Cor,11, 28-29), nella donazione di tutto se stesso ai fratelli, per guidarli alla luce dell’illuminazione che gli viene dalla sua unione con Dio e dallo scrutare giorno e notte la Parola di Dio per capire quando è giunto il momento di levare il capo. “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina!” (Lc 21,28)..

 

[XVIII]

Capitolo quarto: della vita sacerdotale e della regalità escatologica

L’icona: Maria donna della camera alta del Cenacolo ( At 1,13-14)

Il motto: Ora la mia gioia è piena: Lui deve crescere ed io diminuire ( Gv 3,29-30 )

 

Questo cammino non è nient’altro che l’inserimento completo nella Chiesa corpo di Cristo per l’esercizio pieno del sacerdozio regale del nostro battesimo, sotto la forma più intensa di lotta contro il demonio come Gesù nel deserto. La vita del monaco, così concepita,  è la battaglia degli ultimi tempi (Ap 17,14: “La bestia e la prostituta … e tutti gli abitanti della terra … combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re; quelli che stanno con lui sono i chiamati; gli eletti e i fedeli”. La Donna che sta sotto la Croce è la stessa che nel deserto sostiene la lotta contro il Drago che cerca di divorare il Figlio da lei partorito.

Questa lotta è condotta negli impegni di ogni giorno con i tre voti, che  sono  attacchi frontali contro le tre concupiscenze del mondo: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita (1Gv 2,16), e contro le tre bestie dell’Apocalisse: il potere politico,[28] il potere delle ideologie e il potere della grande prostituta, la città consumista (cfr Ap 12,12; 13,1-10; 13,11-18; 17,3-18).

[XIX]

Tu o monaco, sei il soldato di Gesù Cristo in prima linea nell’esercito della Chiesa. La tua vita è discesa agli inferi per sconfiggere Satana e ascesa mistica per affrontare le lotte più difficili nel mondo e nell’area sopra il mondo contro il diavolo. La tua vita contemplativa così concepita è il cuore della Chiesa e la colonna del mondo. Le tue armi principali sono, oltre il silenzio, la solitudine e l’esercizio dei voti monastici,  la preghiera dei Salmi e l’esorcismo. I risultati sono i cammini di liberazione e ascensione che riesci a tracciare come scie di luce tra la terra e i cieli: “E dalla mano dell’angelo il fumo dell’altare salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi. Poi l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso presso l’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono tuoni, voci, fulmini e scosse di terremoto” (Ap 8,4-5). La tua preghiera provoca lo sconvolgimento delle forze del mondo e conduce la lotta contro i dominatori di questo mondo di tenebra: “La nostra battaglia infatti non è contro le creature fatte di carne e di sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti” (Ef 6,12).

Con questa lotta tu eserciti il tuo sacerdozio regale ricevuto con la tua consacrazione sponsale, che ti permette di diventare perfetto, cioè piccolo,  attraverso la sofferenza offerta della tua vita (cfr Eb 2,18; 5,7-10; Ap  6,11). “Sei stato immolato e hai riscattato con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra” (Ap 5,9-10).

Tu, o monaco, sei, come Giovanni Battista, la voce del povero che grida nel deserto del mondo per preparare al Signore un cammino verginale di purificazione nell’attesa della Sua venuta escatologica. Tu devi attuare il discernimento in primo luogo in te stesso e per il tuo cammino di ascesi sotto la guida dell’Abate,[29] poi per la Chiesa ed infine per la società in questi ultimi tempi, come San Giovanni Evangelista nell’isola di Patmos. Tu sei il beato, il povero, puro nel cuore, capace di vedere Dio e di discernere i tempi (cfr Ap 1,1-3.19) e gli spiriti (cfr 1Gv 4,1), il proprio e l’altrui, nel puro amore di Dio e dei fratelli tutti (cfr 1Gv 4,1-21). Tu devi essere l’uomo pneumatico (cfr 2Cor 5,16; 13,5; Ger 23,22; 1Gv 2,20-27).

[XX]

Tu o monaco, sei la vergine o sentinella del mattino nella celebrazione della divina liturgia, dove mostri al mondo la bellezza della santificazione del tempo e della lode cosmica (cfr Sal 118;62.148; Sap 16,28; Ap 16,15). È il momento della celebrazione eucaristica quello in cui il Verbo di Dio si incarna in ciascuno ed illumina tutto il cammino della giornata che inizia (cfr Sal 5,4). Essa deve essere preceduta da almeno un’ora di Lectio Divina, celebrata in cella prima e poi condivisa nel Capitolo quotidiano della koinonia.

Tu, o monaco, sei la sposa del mezzogiorno nell’amplesso totale della celebrazione della Santa Messa che si prolunga nella liturgia di tutta la giornata, laddove la Parola giorno per giorno si fa carne in noi e la carne muore d’Amore Divino. Così la Sposa trasfigurata dallo Spirito vive per sempre nell’Amato e diventa la luce del mondo (cfr Gv 9,5). Tu devi attuare la sintesi della vita cristiana nella sua espressione massima di unione a Dio e dedizione ai fratelli, portando continuamente tutto te stesso e tutto il mondo nell’offerta unionale e sacerdotale al Padre con il Cristo nello Spirito (cfr Ap 4,1-11).

[XXI]

In questa offerta tu vivi pienamente la grazia battesimale nella consacrazione sponsale, perché in essa si realizza la piena trasformazione del tuo uomo vecchio nell’uomo nuovo e la piena unione di tutto te stesso a Dio. In essa il tuo cammino e la tua meta s’incontrano, morte e vita si rincorrono e il Crocifisso si incontra con il Risorto. In essa verità e vita, impegno e dono, tempo ed escaton coincidono. Per mezzo di essa tu, o monaco, devi uscire ogni giorno trasfigurato nella gloria dell’uomo nuovo che deve comporre la città che brilla sul mondo, la stella del mattino che orienta l’umanità. Essa è la ricapitolazione di tutto in Cristo, il memoriale della thoería (cfr 1Cor 15,27-28; 35-46; Ef 1,10; Ap 5,6-10), la manna nascosta serbata per il vincitore (cfr Ap 2,17), il frutto dell’albero della vita che sta nel Paradiso di Dio (cfr Ap 2,7; 22,2) e la pietruzza bianca con il nome nuovo scritto sopra (cfr Ap 2,17).

[XXII]

Tu, o monaco, sei altresì la vedova o sentinella della notte nell’attesa della venuta del Signore. Tu vivi il tuo carisma dioratico in primo luogo nell’essere vigilante, fuggendo il mondo nell’attesa della venuta del Signore durante la notte nel silenzio e nella solitudine (cfr Mc 13,35). “Lo Spirito e la sposa dicono: vieni!” (Ap 22,17). Poiché tu fai parte di “Coloro che attendono la sua manifestazione” (2Tim 4,8), tu puoi affermare col Salmista: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode“ (Sal 118,62), “Precedo l’aurora e grido aiuto” (Sal 118,147), “Sette volte al giorno ti lodo Signore” (Sal 118,164). Tu sei colui che non vuole morire di morte migliore che di contemplazione, preferendola persino al martirio. Tu sei  la Sposa che dice “Vieni!”. “Lo Spirito e la sposa dicono: vieni!” (Ap 22,17). Tu sei  l’uomo della speranza. [30]

 

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APPENDICE

La misericordia nella vita delle celle monastiche nel mondo

L’icona: i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35)

Il motto. Salvatevi da questa generazione degenere e perversa (Mt 12,39; At 2,40)

 

L’Abate potrà decidere a sua discrezione  d’accordo con il Capitolo di dislocare uno o più fratelli a vivere per un periodo più o meno lungo  in una cella monastica nel mondo. Il fine della vita nella cella monastica non è la costruzione della città dell’uomo, bensì la testimonianza della penitenza del Vangelo del giudizio e della misericordia agli uomini nell’attesa della venuta del Signore (cfr Rom 1,16-17). Secondo la spiritualità di San Paolo, i cristiani sono coloro che testimoniano il vangelo nel mondo come “parola della croce” (1Cor 1,18) e sono “coloro che attendono la sua [di Cristo] manifestazione” (2Tim 4,8). Il monaco che vive in una cella monastica è dunque chiamato a vivere:

  • la spiritualità della discesa agli inferi, per incontrare e condividere tutte le estreme povertà di questo mondo, a partire proprio dalla sua, sino ad arrivare a quelle terribili di oggi che sono le miserie spirituali, annunciando veramente ad esse il Vangelo come parola della croce, vita delle beatitudini ed annuncio della risurrezione;
  • la spiritualità del lavoro, come specificato per il monaco che vive nella koinonia;
  • il vuoto della condizione umana, che da sola non può salire a Dio, né liberarsi, né guarirsi, né essere felice;
  • l’incontro con il mondo nella semplicità e nella piccolezza. Il soprannaturale infatti incontra il mondo solo in ciò che è infinitesimamente piccolo, non in ciò che è grande. Il soprannaturale non è una linea parallela al naturale, né una linea che si identifica con esso, piuttosto una linea che ha punti di tangenza con il naturale. In questi punti di tangenza, piccoli, ma importantissimi, sgorgano i kairòi, o tempi di grazia, che collegano il tempo con l’eternità. Essi sono quei segni dei tempi di cui si nutre la spiritualità della cella monastica nel mondo.[31] Il kairòs per eccellenza è il martirio, e questo costituisce la segreta speranza di ogni monaco che vive nel mondo.
  • come colui che possiede, ma in modo distaccato, combattendo in se stesso in modo particolare le tre concupiscenze e le tre bestie che sono l’anima satanica del mondo;
  • come costruttore di valori e di civiltà, nonché di vera scienza aperta al mistero del divino. Il monaco che vive nella cella nel mondo infatti deve cercare di riaprire quei percorsi che dalla scienza e dalla cultura non si contrappongono al progetto escatologico di Dio;
  • come colui che ravviva l’attesa dell’arrivo del Signore, sparita ormai anche dalla coscienza collettiva della pietà cristiana. Dio ha un progetto escatologico per il mondo, e questo è il vero annuncio di salvezza, che non può venire dalle opere delle mani dell’uomo.

Della vita e delle disposizioni delle singole celle monastiche

Qualora questa esperienza cominciasse ad aver luogo, bisognerà che il Capitolo decida e legiferi sulla koinonia della cella nel mondo, tenendo conto di tutti gli aspetti della vita monastica che lì deve essere provvisoriamente impiantata.

 

FONTI

Catechesi di Benedetto XVI all’udienza generale di mercoledì 6 maggio 2009

Cari fratelli e sorelle,
vorrei parlare oggi di Giovanni Damasceno, un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore nella storia della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca, condivisa dalla parte orientale dell’Impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio o Vicino Oriente. Giovanni, nato in una ricca famiglia cristiana, giovane ancora assunse la carica – rivestita forse già dal padre – di responsabile economico del califfato. Ben presto, però, insoddisfatto della vita di corte, maturò la scelta monastica, entrando nel monastero di san Saba, vicino a Gerusalemme. Si era intorno all’anno 700. Non allontanandosi mai dal monastero, si dedicò con tutte le sue forze all’ascesi e all’attività letteraria, non disdegnando una certa attività pastorale, di cui danno testimonianza soprattutto le sue numerose Omelie. La sua memoria liturgica è celebrata il 4 Dicembre. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890.
Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria.
Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa. Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: “In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?… E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?… E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole” (Contra imaginum calumniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89-90). Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede.
In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’. Enumerando, per esempio, coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: “Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi (cfr Is 57,15), come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (cfr Sal 82,6), non per natura, ma per contingenza, così come il ferro arroventato è detto fuoco, non per natura ma per contingenza e per partecipazione del fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2)” (III, 33, col. 1352 A). Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: “Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che vi fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili, compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero (ennoema ergon) arricchito dalla parola (logo[i] sympleroumenon) e orientato verso lo spirito (pneumati teleioumenon)” (II, 2, PG 94, col. 865A). E per chiarire ulteriormente il pensiero, aggiunge: “Bisogna lasciarsi riempire di stupore (thaumazein) da tutte le opere della provvidenza (tes pronoias erga), tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui (adika), e ammettendo invece che il progetto di Dio (pronoia) va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva (agnoston kai akatalepton) dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro” (II, 29, PG 94, col. 964C). Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile.
L’ottimismo della contemplazione naturale (physikè theoria), di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una libertà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate. Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale si riflette la bontà e la bellezza di Dio, ferite dall anostra colpa, “fosse rinforzata e rinnovata” dalla discesa del Figlio di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’”essere”, ma nel “bene-essere” (cfr La fede ortodossa, II, 1, PG 94, col. 981°). Con trasporto appassionato Giovanni spiega: “Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada della virtù (didachthenai aretes hodòn), che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna… Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio per l’uomo (philanthropias pelagos)…” E’ una bella espressione. Vediamo, da una parte, la bellezza della creazione e, dall’altra, la distruzione fatta dalla colpa umana. Ma vediamo nel Figlio di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per l’uomo. Continua Giovanni Damasceno: “Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento… E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese… presso i suoi servi… compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio” (III, 1. PG 94, coll. 981C-984B).
Possiamo immaginare il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, oggi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare di queste parole sostanza della nostra vita.

 

 

[1] Nell’AT la gloria e il potere di Dio sono spesso equiparati alle vesti ( Is 52,1; Sal 104,1-2; 93,1; Is 51,9).

[2] Precisamente: l’impressione del carattere, le tre virtù teologali e i tria munera, che plasmano l’uomo ad immagine di Colui che lo ha creato, cioè il Risorto (2Cor 3,18), per essere pienamente unito allo stesso Verbo divino (Ap 21,9).

[3]Il vincitore sarà vestito di vesti bianche, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli” (Ap 3,5). Cfr catechesi di Benedetto XVI il 6 Maggio 2009 su San Giovanni Damasceno: “Contra imaginum calumniatores I, 16, ed. Kotter, pp 89-90): a causa della incarnazione la materia non è spregevole, ma è diventata abitazione di Dio. … Da qui l’esigenza percepita dal Damasceno, che la natura nella quale si riflette la bellezza e la bontà di Dio ferita dalla nostra colpa,fosse rinforzata e rinnovata dalla discesa dello Spirito di Dio nella carne, perché l’uomo non fosse solo nell’essere, ma nel benessere (La fede Ortodossa, II, 1, PG 94, col 981). Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata, e fosse  indicata ed insegnata concretamente la strada della virtù che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna.

[4] Il mondo come il sper-io psicologico costituito dalle ideologie veicolate  dalla violenza comunicativa dell’etere sotto il potere del suo Principe, Satana: cfr Ef 6,12; Ap 13,11.

[5] Le quatuor vulnera del peccato originale: ignoranza; malizia; paura e concupiscenza, ossia  dai vizi della parte razionale della psiche umana, che sono la vanagloria, la sostenutezza, la superbia, l0igmoranza; dai vizi della parte volitiva, che sono la malizia, …. ; dai vizi della parte irascibile, che sono il furore, l’impazienza, la tristezza, l’accidia, la pusillanimiità, la crudeltà; infine dai vizi della parte concupiscibile dell’anima umana che sono la golosità, l’impurità, l’avarizia, l’amore per il denaro, i desideri cattivi e terrestri.Cassiano, Collationes, XXIV, 15.

[6] “L’umiltà poi si riconosce da questi indizi: primo, se uno ha messo a morte ogni volontà propria; secondo, se non ha nascosto nulla al proprio anziano, non solo nella azioni, ma anche nei propri pensieri; terzo, se non riserva nulla al proprio discernimento, ma rimette tutto al giudizio dell’anziano e ascolta i suoi consigli con avidità e piacere; quarto, se resterà sempre mite nell’obbedienza e perseverante nella pazienza; quinto, se non soltanto non fa torto a nessuno, ma se non si affligge e non si rattrista neppure quando ne riceve da altri; se non fa né presume di poter fare nulla che non sia esplicitamente raccomandato dalla regola comune e dall’esempio degli anziani; se si accontenta i vivere con poco e se si ritiene un cattivo operario che non è degno di tutto ciò che gli viene offerto; ottavo, se non soltanto dice, a fior di labbra, di essere l’ultimo di tutti, ma se lo crede con l’intimo sentimento del cuore; nono, se tiene a freno la lingua e non alza la voce quando parla; decimo, se non è incline al riso. La vera umiltà si riconosce da tali e simili indizi. E quando la possederai veramente, essa ti condurrà subito ad un grado più alto” Cassiano, Le istituzioni cenobitiche, IV, 39,2-3.

[7] Cfr Gregorio Sinaita, Filocalia, III, 594.

[8] Intendendo per mondo il regno delle tre concupiscenze (1Gv 2,15-17) e la loro estensione a livello globale: i re di questo mondo

[9] Cfr F. Vecoli, Lo Spirito soffia nel deserto, Morcelliana, Brescia 2006.

[10] Cfr Regola di San Colombano ..

[11] Cfr Col 2,17; S. Weil, L’ombra e la grazia, Rusconi, Milano 1991,183-184.

[12] Dai detti del Beato Egidio di Assisi.

[13] Regola di San Pacomio …

[14] Nel senso di “Economia divina” visibile dal discepolo e coinvolgente dello stesso.

[15] che ci fa continuamente desiderare tutto ciò che Gesù Cristo sulla croce ha desiderato e realizzato (cfr Gv 19,25).

[16] Sant’Agostino, De Natura et Gratia,

[17] Von Balthassar, Filosofia, cristianesimo, monachesimo, 119; cfr N. Nabert, Les Moniales Charttreuse, Suisse, Ad Solem 2009, 58-59.

[18] Von Balthassar, Filosofia, cristianesimo, monachesimo, 101.

[19] Il Cristo glorioso è questa immagine come il “principio” al quale tutto è ancorato e nel quale tutto sussiste (Gv 1,3): “Egli è prima di tutte le cose e tutte per mezzo di lui sono state create” (Col 1,17), ma la sua priorità non si colloca nel tempo. Egli è entrato tardi nella storia del mondo, molto tempo dopo le sue origini. Egli è L’Alfa e l’Omega, la pienezza escatologica. Dio infatti crea mediante progressive anticipazioni di quella perfezione filiale che è il Cristo Glorioso, in una partecipazione graduale a questo termine ultimo. Così l’essere delle cose create ha il suo fondamento nella dimensione escatologica, che è il Cristo Nuovo Adamo.

Quando Cristo viene a noi, la sua venuta è sempre escatologica, cioè incontra la realtà penultima a partire dalla sua dimensione finale, mentre il primo Adamo, così incontrato e visitato, ascende verso l’ultimo o nuovo Adamo attraverso progressive tappe di svuotamento, impoverimento e restaurazione, dalle quali poi attraverso un superamento di ciò che già era, si trova per grazia elevato ad una ordine superiore, sino ad arrivare a tutta la sua verità, che è la ricapitolazione di tutto in Cristo. La vita monastica si propone di vivere così il presente della seconda venuta del Signore che si rifrange secondo diverse gradazioni di luce nei varie fasi della vita umana e nei vari stati della storia dell’umanità.

Così la realtà che il primo Adamo di volta in volta ha vissuto, vive e vivrà in questo mondo si trova ad essere piuttosto una figura ed un’ombra rispetto alla verità della propria dimensione escatologica. Essa è, ma passa, soprattutto se la sua immagine verginale è stata irrimediabilmente corrotta con il peccato; vive, ma di vita fioca e riflessa; è autonoma, ma di una autonomia donata; che se rovinata si può chiudere in sé, in una autonomia conquistata che è piuttosto libertà negata, immobilità e ombra di morte.

L’uomo naturale, terreno, caduco e passeggero, se vuole trovare la vera vita deve invece, prima che può e più integro che può, cercare di donare a Dio ciò che è, per diventare ciò che non è ancora, ma che è chiamato da Dio a diventare. Egli deve lasciarsi guarire da Cristo accettando di lasciarsi elevare a Lui.

La nostra vita monastica vuole consistere proprio nel cercare di vivere con pienezza questa dinamica del dono e dell’accoglienza (Theoría), ad esempio di Maria che ha accolto nel suo seno verginale e partorito al mondo il Figlio di Dio. Essa si vuol prendere cura dell’uomo vecchio che è ancora in noi, cioè del nostro corpo carnale, per riportarlo al suo stato verginale guarendolo e restaurandolo attraverso duplice movimento di dono di sé.

[20] Secondo  la liturgia della Messa tradizionale ……

[21] Dossetti, Piccola Regola,

[22]Ogni vizio offende la castità, perché essa è come uno specchio chiaro, che ogni alito appanna” Dai detti del Beato Egidio di Assisi.

[23] Regola di San Colombano ….

[24] N. Nabert, Les Moniales Chartreuses, Suisse, Ad Solem 2009, 68.

[25] Santa Caterina da Siena, Dialoghi spirituali

[26] Soltanto la maggioranza di due terzi del capitolo può sfiduciare l’Abate e chiedere nuova  elezione. L’Abate si può dimettere quando crede.

[27] Cfr Regola non bollata di San Francesco …

[28] La lotta contro il potere politico consiste nel non condividerne le mete ideologiche, non l’autorità che in quanto tale viene da Dio (Cfr Rom 13). Cfr San Giovanni Bosco che a proposito dei partiti politici e delle loro ideologie dice: Mai a favore; mai contro.

[29] Cfr Regola di San Colombano, al capitolo “Del discernimento”.

[30] Dai detti del Beato Egidio di Assisi.

[31] Cfr Simon Weil, L’ombra e la grazia, Rusconi, Milano 1991.