Nel suo libro: “La Comunione nella Chiesa”, J. Ratzinger[1] definisce  la Chiesa come un concetto relativo, non assoluto, relativo al concetto di Dio. Riportando le parole di Johann Baptist Metz, a pag. 131 dice: “ La crisi che ha colpito il cristianesimo europeo non è primariamente o almeno esclusivamente una crisi ecclesiale… La crisi è più profonda: essa non ha affatto le sue radici solo nella situazione delle Chiese: la crisi è diventata una crisi di Dio”.

Religione sì, Dio no. Non ci sono grandi ateismi, ma un fatto religioso autogestito.

Ed è proprio per rispondere a questa problematica che il Vaticano II ha sentito l’esigenza di partire da Dio. La Chiesa infatti non è una realtà assoluta, a sè stante, “la società perfetta dei veri cristiani”, come la definiva il catechismo di San Pio X, ma in primo luogo il per il Vaticano II essa è “popolo di Dio”, concetto che comunque lo si voglia definire esprime essenzialmente la “parentela con Dio”, la relazione con Dio, in una direzione primariamente verticale.[2] Verticale in rapporto a Dio ed inglobante in rapporto ai suoi membri tutte le categorie di questi stessi. Cioè il ministro non è più “popolo di Dio” del semplice fedele, ecc.

Per questo la Chiesa non esiste per sè stessa, ma è uno “strumento di Dio  per radunare gli uomini intorno a Lui”.[3]

E’ così che il Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985 volendo sintetizzare in una frase l’ecclesiologia della Lumen Gentium disse che si tratta va di una “ecclesiologia di comunione”.

Questo termine communio sta in relazione tanto con la Trinità quanto con il Corpo di Cristo, secondo il testo base di questo termine che è 1Gv 1,3: “Quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo”.

Il concetto però di “Corpo di Cristo” è, come quello di “Regno di Dio”, un concetto storico e metastorico. Esso è contemporaneamente prima della storia, cioè preesistente ad essa, nel centro della storia, in quanto apparso in essa, ed oltre la storia, cioè  ne è la conclusione che però la trascende e la supera.

Beninteso, non si intende qui il corpo mistico di Cristo, come disse Pio XII nella Mistici Corporis,  ma il corpo reale di Cristo che è la Chiesa.

Se noi diciamo corpo mistico di Cristo, allora possiamo identificarlo completamente con la Chiesa Cattolica Romana che dal punto di vista storico sacramentale ne è la piena realizzazione terrena, ma se noi diciamo corpo reale di Cristo, esso comprende la Chiesa Cattolica, ma la trascende. La trascende come concetto preesistente. Questa idea è presa dai Padri della Chiesa  che a loro volta la prendono dalla teologia rabbinica, la quale aveva concepito la Thorà e Israele come preesistenti. “La creazione sarebbe stata concepita perché in essa vi sia uno spazio per la volontà di Dio; questa volontà però aveva bisogno di un popolo, che vive per la volontà di Dio e ne fa  luce del mondo. Poiché i Padri erano convinti  dell’identità ultima tra Chiesa ed Israele, essi non potevano vedere nella Chiesa qualcosa di casuale sorto nell’ultima ora, ma riconoscevano in questa riunione dei popoli sotto la volontà di Dio l’intima teologia della creazione”.[4]

A partire poi dalla cristologia questa immagine si allarga e si approfondisce. Cristo immagine di Dio è il principio mediante il quale tutto fu fatto, l’archetipo della creazione, mentre il suo corpo è il principio mediante il quale tutto viene ricapitolato in Dio e mediante il quale l’escaton viene manifestato nell’interno della storia come sua anticipazione prolettica (Cfr Col 1,15-20).

In Cristo quindi la Chiesa preesiste, nel Corpo glorioso di Cristo essa raggiunge il suo pleroma o pienezza escatologica, e nel Corpo sacramentale di Cristo essa appare nel tempo e nella storia. La Chiesa è quindi la parte sacramentale del Regno di Dio, sacramento universale di salvezza, come la definisce in qualche colletta la liturgia conciliare.[5]

Nella costituzione Lumen Gentium il Concilio Vaticano II chiarisce che non considera la Chiesa una realtà chiusa in se stessa, ma la vede a partire da Cristo. “Cristo è la luce delle genti, e questo Sacro Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini”.[6] “Sullo sfondo riconosciamo l’immagine presente nella teologia dei Padri che vede nella Chiesa la luna, la quale non ha di per sé la luce propria, ma rimanda la luce del sole Cristo”.[7]

Come si vede, anche quando la Chiesa si autocomprende teologicamente, essa si autotrascende sempre. Nel Concilio vengono presentate brevemente diverse immagini della Chiesa, che rappresentano tutte l’unica Chiesa: il raduno del Regno di Dio; la sposa; la casa di Dio; la sua famiglia; il suo tempio; la città santa; la nostra madre; la Gerusalemme celeste; il gregge di Dio, ecc. Ma, dice papa Ratzinger, se vogliamo capire che cosa è questa Chiesa Corpo di Cristo che precede ontologicamente e temporalmente  e ricapitola tutto in sé alla fine dei tempi, non possiamo concentrarci su questo o su quel fenomeno storico che l’ha fatta apparire nel tempo e nella storia, né sulla Chiesa di Gerusalemme anche quando agli albori era in effetti l’unica realtà di Chiesa esistente al mondo, né sulla Chiesa di Roma, anche quando rispondesse a tutte le caratteristiche della Chiesa Corpo reale di Cristo, ma bisogna procedere sacramentalmente.

Il Concilio nella Lumen Gentium  n° 8 non dice infatti che la Chiesa di Cristo è la Chiesa Cattolica, ma che essa sussiste nella Chiesa cattolica, cioè esiste misticamente, cioè sacramentalmente.

Ecco allora che la realtà Chiesa si autocomprende appunto sacramentalmente, a cominciare dal sacramento fontale, come lo chiama il Concilio di Trento, che è la Parola di Dio,  a quello iniziale che è il sacramento del Battesimo, ad arrivare a quello globale, ma soprattutto ricapitolante, della Eucaristia.[8]

Allora la vera Chiesa è quella che si fonda sull’evangelo e che pratica il battesimo come evento  trinitario, come inserimento in Dio, cioè come evento totalmente teologico, molto di  più che sociologico. Il battesimo è la presenza dell’unica Chiesa, la Gerusalemme celeste, nostra madre, e può scaturire solo da essa, che si fa presente nel tempo e costituisce la Chiesa locale.

Dal battesimo alla Eucaristia. Essa anticipa nel sacramento la communio totale e universale del Corpo di Cristo che unisce cielo e terra, vivi e morti, passato, presente e futuro facendo irrompere l’eternità nel tempo e trasformando l’attimo presente da fuggente  ad eterno, trasformando la materia da terrena a celeste. Essa dà quindi a tutta la preghiera della Chiesa la capacità di trasformare il tempo da alienato a pienamente riscattato, da krònos a kairòs, da attimo sfuggente a punto di eternità, da evento insignificante a centro e compimento di tutta la storia dell’uomo.

Dalla Eucaristia scaturisce poi il ministero pastorale che permette ai fedeli di inserirsi in essa.

Questa quindi è la realtà sacramentale  nel suo arco completo dalla Parola di Dio e dal Battesimo all’Eucarestia che fa sussistere la Chiesa di Cristo nella Chiesa cattolica, come anche fondamentalmente nelle Chiese ortodosse. Essa comunque è una Chiesa in cammino alla ricerca dell’unità di tutti i cristiani: compito affidato alla Chiesa del futuro.

La Chiesa e il mondo

A questo punto veniamo al tema: la Chiesa ed il mondo. Così concepita la Chiesa non può coincidere con la realtà temporale, con la storia così come la si concepisce oggi nella filosofia contemporanea, ma può solo avere dei punti di tangenza con essa. Punti di tangenza che diventano però come lampade  che spandono la luce del divino sulla realtà temporale.

In primo luogo la Chiesa non necessariamente deve essere una realtà di massa o maggioritaria in una società. Essa può benissimo essere piccolo gregge come lievito in mezzo alla grande massa di pasta.[9] L’immagine del lievito dice che la Chiesa può anche essere una realtà molto piccola, ma che essa deve comunque essere universale, perché presente comunque dappertutto.[10]

La sua missione non consiste nel  cercare di imporre  progetti politici globali totalizzanti all’umanità. Il tempo delle teologie politiche è ormai passato, in America Latina come in Europa.[11]

Facciamo ad esempio un bilancio della teologia in campo politica di Giovanni Paolo II. Questo papa ha giocato gran parte del suo magistero ordinario in campo sociale e politico sul tema dell’Europa unita, e ne ha incassato  una pesante sconfitta. Non solo la Costituzione Europea non fa nessuna menzione del cristianesimo, ma agli occhi dello stesso parlamento europeo la Città del Vaticano è lo stato più canaglia del mondo, avendo incassato il maggior numero di condanne per violazione dei diritti dell’uomo, in quanto contrario all’aborto, all’eutanasia, ai matrimoni ed alle adozioni omosessuali, alla clonazione, alla fecondazione artificiale, ecc., ritenuti da detto parlamento valori inalienabili della futura umanità europea (ammesso che da questi principi possa nascere una qualsiasi umanità).

Questa cocente sconfitta dovrebbe far riflettere noi cattolici su certe ideologie prese in prestito dal mondo e diventate “quatte – quatte” sostitutive della Parola di Dio. Dove c’è scritto che tutta l’umanità deve diventare unita, avere un solo capo, una sola lingua, e che questo vorrebbe dire finalmente pace, giustizia, ecc? Da nessuna parte eccetto in un punto: in Genesi 1,1-11, nell’episodio della torre di Babele. Ma a partire da una certa interpretazione di alcuni passi del Concilio Vaticano II (soprattutto della Gaudium et Spes), sino ad arrivare ad appellarsi a quell’umanesimo senza Dio frutto di elaborazioni filosofiche postbelliche e assunte quasi acriticamente da tanti documenti del magistero ordinario della Chiesa Cattolica, sia locale che universale, con l’aggiunta, ben inteso, del “cacio sui maccheroni” religioso,[12] non si è arrivati proprio ad elaborare il progetto filosofico-teologico della  torre di Babele? Progetto che non a caso viene bocciato proprio da quei popoli che la Sacra Scrittura dice essere, in tutta la loro diversità razziale e culturale, parte costitutiva ed inalienabile dell’umanità (cfr Genesi capitoli 4; 5; 10; 25; ecc.).

E la stessa Sacra Scrittura non ci dice forse che la volontà politica di unire l’umanità sotto un unico potere è contro la volontà di Dio che riserva questo progetto solo per sé, alla fine dei tempi, con il ritorno del Cristo glorioso, quando farà scendere dal cielo la Gerusalemme celeste, i cieli nuovi e la terra nuova, non costruita da mano d’uomo (Apocalisse 21 e 22), ma dono soprannaturale di Lui stesso?

Ma allora perché tanto affannarsi, tanto parlare, scrivere e pregare per questo mondo che la Scrittura dice essere fondamentalmente in mano a Satana, suo principe e capo sino al ritorno del Signore? (cfr Gv 12,31; 16,11; 17,9; 1Gv 5,19; Ap 1,9).

Invece di questa pienezza di progetto umano politico, filosofico, economico che dovrebbe coincidere anche con il progetto divino, anzi sostituirlo, ascoltiamo papa Ratzinger che  propone tutt’altro schema. Ascoltiamolo da una sua recente omelia.

“Cristo è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore… dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l’un l’altro… La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell’agnello ha ancora un altro aspetto. Nell’Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un’immagine del loro potere, un’immagine cinica[13]: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: “Io sono il buon pastore”; “Io offro la mia vita per le pecore”, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini.

Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. “Pasci le mie pecore”, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento. Cari amici, in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge: voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri”[14].

Temi poi che riprende in altre sue omelie o scritti. Ecco i punti principali di sviluppo del ragionamento.

Il mondo è un deserto spirituale, e quindi progressivamente anche materiale; esso è dominato dai diavoli[15]; sottomesso a governanti cinici, che usano immagini miti che dovrebbero evocare il servizio, ed invece sono lupi. Ciò è particolarmente vero nell’epoca razionalista moderna, dove tutti i vari idealismi di matrice illuminista hanno sempre messo l’utopia politica al di sopra della dignità di ogni singolo uomo[16]. In questo mondo la Chiesa si differenzia e si caratterizza come una struttura sopranazionale che non ha un progetto di potere. Se un progetto di dominio o controllo globale sull’umanità non è possibile ne sarebbe desiderabile da parte laica,[17] tantomeno lo sarebbe da parte ecclesiale, tanto globale quanto particolare.

Per questo anche il ministero del papa deve intendersi solo come ministero di servizio a garanzia dell’obbedienza a Cristo e alla sua Parola. Il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio. Ma ancora di più papa Ratzinger insiste sul fatto che il papa non deve proclamare le proprie idee, che di ogni cosa che dice deve rendere conto alla Tradizione di fede della comunione dei credenti, che è il semplice capo della Chiesa di Roma chiamato in quanto tale a presiedere nell’amore a tutte le altre Chiese, secondo l’espressione di Sant’Ignazio di Antiochia.[18] Insomma, lui stesso è contemporaneamente pastore e pecora assieme, parla in quanto ascolta e giuda in quanto è guidato da Cristo stesso.[19] Ben diverso dal comportamento dei “lupi” che dominano questo mondo di cui parla il Signore.

La Chiesa deve invece essere nel mondo portatrice dei valori del Regno di Dio.[20] Se, come dice la Lumen Gentiun al capitolo 1 e come ha ricordato il papa nel suo primo messaggio, Dio vuol fare di tutti i popoli una sola grande famiglia, questo lo vuol fare attraverso la Chiesa e mediante la forza unificante della Verità e dell’Amore. Ma questo la realizzazione di questo progetto non può essere infrastorica, ma metastorica ed escatologica.

Nell’infrastorico l’unità è raggiungibile solo sacramentalmente, attraverso appunto l’Eucarestia, fondamento e culmine non solo di tutti i sacramenti, ma di tutta la Chiesa stessa, nonché della storia di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, nonché della Storia della Salvezza stessa, quindi della storia di Dio con l’uomo, come ha detto il papa a Bari nell’Omelia conclusiva del XXV Congresso Eucaristico Nazionale.[21]

Si tratta quindi fondamentalmente di  una forma prolettica di unità, che prende il suo spunto non tanto dalla creazione, quanto piuttosto dall’escaton;[22] non tanto quindi dall’esistente, ma dalll’incipiente, dal veniente. L’Eucarestia ha il potere di anticipare la realtà futura, e quindi ha già il potere di salvare e di unificare tutti gli atti che si dirigono verso la direzione della salvezza. Ogni impegno nel mondo del cristiano produce qualcosa di buono solo nella misura in cui deriva dal sacramento ed è finalizzato all’Eucarestia.

Per questo, come ricorda nella stessa omelia del Congresso Eucaristico Nazionale, l’idea di Eucaristia richiama quindi necessariamente quella di martirio. Per ora, nell’infrastorico, l’impegno del cristiano per l’unità, fuori o dentro la celebrazione del Sacramento, deve essere necessariamente inteso come impegno al martirio, nell’attesa del ritorno del Signore, quando l’escaton irromperà nella storia mettendovi la parola fine. Questo significa essere fedeli al comando di Cristo dato a Pietro: “Pasci le mie pecorelle”, unito subito dopo alla profezia del martirio: “Ma tu seguimi” anche legato, dove tu non vorrai, fino a quando il Signore non ritorni (Cfr Gv 21, 18ss.).

E sembra proprio questo essere il progetto pastorale del nuovo papa, proprio a partire dal suo primo discorso il giorno della sua elezione, che tutti ricordiamo benissimo.

Don Sandro Carbone

Rettore Santuario N. S. della Vittoria

16018 Mignanego GE

[1]   J: RATZINGER, La Comunione nella Chiesa,  Cinisello Balsamo 2004.

[2]  Cfr RATZINGER, La Comunione, 134.

[3]  Cfr RATZINGER, La Comunione, 135.

[4]  Cfr RATZINGER, La Comunione, 141.

[5]  Marcare la differenza con l’ecclesiologia di don Giussani e di Comunione e Liberazione, dove la Chiesa viene definita fenomenologicamente come tutta racchiusa e contenuta nei singoli eventi ecclesiali che la costituiscono, e quel che è ancor più grave in quella teologia è che l’evento ecclesiale racchiude ed esaurisce anche l’evento storico e metastorico di Cristo, per cui arriviamo all’assurdo che tutto ciò che è dicibile e conoscibile di Cristo lo si può solo ricavare dall’evento ecclesiale inteso fenomenologicamente. Ad esso deve sottostare pienamente anche la Parola di Dio.

[6] Lumen Gentium 1,1

[7] Cfr RATZINGER, La Comunione, 147;  Cfr H, RAHNER, Simbolismo della Chiesa nei Padri…….

[8] Cfr RATZINGER, La Comunione 146ss.

[9]  Cfr parabola del lievito in Mt 13 in cui sui narra che la massaia impasta circa 60 Kg di farina con una piccola manciata di lievito. Cfr J: RATZINGER, Dio e il mondo, Cinisello Balsamo 2001, 403ss.

[10]  RATZINGER, Dio, 404.

[11]  RATZINGER, Dio, 411.

[12] Secondo Gianni Baget Bozzo, L’Anticristo, Milano 2001, 98-99, l’impianto culturale che sottintende allo schema teologico della Gaudium et Spes è il seguente: “Si possono enunciare tutti i misteri cristiani in un quadro culturale che non lo comprende. Il quadro del Concilio è la comunità mondiale come si stava organizzando sotto l’egida dell’ONU: e la Chiesa intendeva proporsi come una visione religiosa funzionale a un’etica omogenea a quel modello. In questa ottica il peccato diviene un fatto etico o politico, ciò che non permette di organizzare una società mondiale organizzata… Ma che il desiderio di porre fine alla grande controversia della Chiesa con il moderno conducesse ad accettare alla fine un progetto politico che poneva per la prima volta in forma non anticristiana e non antiecclesiastica non è dubbio… La grande controversia poteva dirsi conclusa in un processo umanistico. Ma ciò che divideva i cristiani dalla cultura dominante era proprio la parola “uomo”… La dimensione politica del linguaggio conciliare era appunto la conseguenza religiosa di un rapporto religioso concepito in termini non escatologici. La Chiesa poteva diventare parte di questo mondo a condizione che rinunciasse a qualcosa di fondamentale del suo patrimonio cristiano…” .

[13] Questa immagine è universalizzata da Gesù stesso quando afferma: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere, ma tra voi non sia così” Mt 20,25-26.

[14]  J. RATZINGER, Omelia  Santa Messa Imposizione del Pallio, 24 Aprile 2005, Piazza San Pietro, 4.

[15]  RATZINGER, Comunione, 169.

[16] Cfr Conferenza su “L’Europa nella crisi delle culture”, Subiaco, 1° Aprile, in : Parole di Benedetto, Ancora 2005, 5.

[17] Cfr Conferenza su “L’Europa nella crisi delle culture”, Subiaco, 1° Aprile, in : Parole di Benedetto, Ancora 2005, 3.

[18] CFr  Omelia del 7 Maggio 2005 in San Giovanni in Laterano.

[19] Cfr Omelia del 24 Aprile 2005 per Santa Messa Imposizione del Pallio.

[20] Cfr Conferenza su “L’Europa nella crisi delle culture”, Subiaco, 1° Aprile, in : Parole di Benedetto, Ancora 2005, 5.

[21] Cfr Omelia del 29 Maggio 2005 a Bari per il Congresso Eucaristico Nazionale.

[22] Cr E. Benvenuto, Fede e Ragione, Genova 1999, 21-22. Questo libro fu inviato al cardinale Ratzinger che lo apprezzò molto e in una lettera del 25 Ottobre 2000 ringraziò sentitamente il fratello dell’autore già deceduto e il curatore dell’opera nella persona del sottoscritto.