SPUNTI DI RIFLESSIONE A PARTIRE DALL’ANTICO TESTAMENTO

Nell’AT e nella tradizione giudaica la paternità del Salterio è attribuita a Davide. Ciò non vuol dire che tutti i Salmi siano ritenuti essere di Davide, ma vuol dire che una teologia che voglia svilupparsi in un contesto canonico deve tenere conto di questo dato teologico elaborato dalla tradizione. Ed infatti nell’AT Davide viene presentato come il Re liberatore del suo popolo ed il cantore d’Israele. In realtà le due cose sono intimamente connesse. E’ lui che uccide Golia, ma è anche lui che scaccia col suo salterio lo spirito malvagio che tormenta Saul. Nel contesto canonico i due episodi che sembrano contradditori storicamente (Davide è entrato al servizio di Saul ed è stato incontrato la prima volta da lui come cantore o come guerriero?), sono in realtà componibili all’interno di una teologia narrativa. Davide è colui che combatte contro il nemico del popolo, sia esso in carne ed ossa o sia esso uno spirito cattivo. In entrambi i casi combatte solo con la forza divina, sia manuale che vocale.

“Quando uno spirito malvagio che viene da Dio possedeva Saul… allora il nostro signore, dunque, dia ordini, i tuoi servi sono davanti a te, essi cercheranno un uomo che sappia sonare la cetra; quando lo spirito malvagio di Dio sarà su di te, egli suonerà con la sua mano e tu ne avrai beneficio”… Saul disse ai suoi cortigiani: “Cercatemi, per favore, un uomo che sappia sonare bene e conducetemelo”… Così quando lo spirito di Dio era su Saul, Davide prendeva la cetra e suonava con la sua mano; Saul trovava la calma, ne aveva un beneficio e lo spirito malvagio si allontanava da lui. (1Sam 16,15-16.17.23).

Similmente vediamo che ogni operazione bellica di Davide è preceduta e seguita da un atto di culto: la supplica per ottenere l’aiuto divino (1Sam 17,37.46-47); il lamento per la sconfitta (2Sam 1,19-27); come il ringraziamento e la lode per la vittoria: “Il Signore è mia roccia, mia fortezza mio liberatore… Egli concede una grande vittoria al suo Re… a Davide ed alla sua discendenza per sempre” (2Sam 22,2-51 = Sal 18). Nascono così i primi Salmi della Bibbia. Preghiera militare di supplica nel pericolo, di pianto nella sconfitta, di ringraziamento e di lode a JHWH nella vittoria.

E quando Davide invecchiando e maturando capisce che il vero nemico del popolo è Satana, come nella brutta faccenda del censimento, allorché Satana agisce come vero e proprio nemico del re e del popolo: “Satana insorse contro Israele. Egli spinse Davide a censire gli israeliti” (1Cr 21,1), allora egli si rende conto che deve preparare per il suo popolo un nuovo esercito: non più arcieri e gladiatori, ma leviti, sacerdoti e cantori, che da lui organizzati in schiere devono ogni giorno con ogni sorta di strumenti musicali combattere contro il nemico del popolo (Sal 140); elevare dal tempio che JHWH si è scelto la supplica (Sal 141) e la lode al Dio di Israele (Sal 144), perché il suo popolo trovi sempre misericordia (Sal 51) e faccia sempre memoria di tutte le grazie ricevute dal suo Dio (Sal 70: di Davide: in memoriale), affinché nel suo cuore sgorghi sempre fresca e fedele la riconoscenza incessante che genera l’amore e la fedeltà (Sal 138; 145).

“Davide stabilì che alcuni leviti stessero davanti all’arca di Dio, come ministri per celebrare, glorificare e lodare il Signore, Dio d’Israele … perché officiassero davanti all’arca continuamente secondo il rituale quotidiano” (1 Cr 16:4.37).

Questi cantori diventano le armate più potenti d’Israele e quando i pii successori del Re Davide, al contrario di quelli empi che confideranno solo nelle forze dell’uomo (cfr Is 7,9b), faranno con fede ricorso ad essi, vinceranno sempre:

“[Il Re] Giosafat si fermò e disse: “Ascoltatemi, Giuda e abitanti di Gerusalemme! Credete nel Signore, vostro Dio, e sarete saldi; credete nei suoi profeti e avrete successo!”. Quindi, consigliatosi con il popolo, pose i cantori del Signore e i salmisti, rivestiti di paramenti sacri, davanti all’armata perché proclamassero: “Lodate il Signore, perché eterna è la sua bontà” (Sal 136,1). Appena cominciarono le acclamazioni e la lode, il Signore tese un’imboscata contro gli Ammoniti, i Moabiti e gli abitanti della montagna di Seir venuti contro Giuda e furono sconfitti” (2Cr 20,20-22).

In effetti in tutto il Salterio come in tutto il Vangelo si trova descritto questo duello cosmico tra il bene ed il male, tra il Giusto ed il Reprobo. Nei Salmi troviamo infatti tutta la realtà del mondo vista e presentata come divisa in due, ma non come due realtà astratte tipo il bene contro il male; ma fondamentalmente come due soggetti protagonisti in antitesi fra di loro. In questo i Salmi anticipano pienamente il Vangelo, in cui tutto il bene e tutto il male sono concentrati in due soggetti: Gesù e Satana. Così nei Salmi abbiamo il Giusto e il Ribelle, l’Innocente e il Reprobo. Entrambi dicono no. L’uno rifiuta le tenebre; l’altro la via di luce. L’uno dice no all’iniquità del mondo; l’altro all’eternità di Dio. L’uno opta per Dio, l’altro per il mondo.
Tali rifiuti stanno all’origine della tragedia umana. Il conflitto tra le due negazioni opposte, reso possibile dalla libertà, definisce l’asse in cui l’orrore assale e uccide la gioia.
Sulla via dell’iniquità non tardiamo a incontrare il principe delle tenebre. Il Salterio ne fornisce una carta d’identità terribile, che non comporta meno di centododici nomi, soprannomi, titoli e qualità. Essenzialmente è il Rasha‘, il Satan, colui che non può affrontare il giudizio di Dio, il Reprobo. Sotto le spoglie di un uomo determinato c’è l’entità del male, sotto tutti i suoi aspetti. Il Salmista ce lo presenta come l’Adamo del male, il nemico, il mentitore, l’insensato, il potente, ecc.
Incarnazione del male, il Rasha‘ urta contro il solo limite che possa negarlo: l’Innocente, il Giusto, il Salvatore, il Re Messia, che gli rivela l’atemporale da lui rifiutato e la cui realtà sconvolge i suoi ciechi orizzonti. E allora tutto il suo sforzo diventa uno: cercare di uccidere l’Innocente. In ultima analisi cercare di uccidere Dio stesso che questo Re Messia rappresenta (Sal 2,1-12) e a cui egli si affida totalmente: “Tu hai sostenuto il mio diritto e la mia causa” (Sal 9,4). Ma è chiaro che il Ribelle vive e perisce nell’assurdo. Egli può vincere tante battaglie, ma non può vincere la guerra contro Dio e il suo Messia: Dio si alza e i suoi nemici sono dispersi (Sal 67,1).
E il Salterio riecheggia di tale guerra cosmica, in cui vediamo l’empio interamente impegnato nella caccia all’uomo Giusto (cfr Lc 23,47). Non c’è dubbio che non escogiti per tentare di asservirlo e, per quanto possibile, non c’è tortura che non gli infligga. Così il giusto è l’uomo dei dolori, il solitario, lo straniero, il povero. Il salterio descrive a lungo le agonie del Giusto. L’empio arriva sino all’omicidio del Giusto (Sal 3,1-3.6-7),e, se fosse possibile, sino al deicidio (Sal 14,1). Ma Dio, chiamato in causa dall’estrema blasfemia dell’empio, ascolta invece la preghiera dell’Innocente e il giudizio di Dio assicura la condanna del Reprobo e il trionfo del suo re Messia che si è sempre a Lui appellato (Sal 20,10; 22,20-32).[1]
E come le opere di Satan si moltiplicano come una chioma nera sugli esseri da lui sedotti e soggiogati che formano le nazioni dei goyim, così intorno al Re Messia si raccoglie tutto il popolo dei poveri di JHWH (Sal 72,4), la comunità dei fratelli (Sal 133), del popolo benedetto da Dio (Sal 144,12-15), dei cantori d’Israele che giorno e notte non tacciono mai ricordando al Signore di non tardare ad adempiere le sue promesse di liberazione verso il suo popolo (Sal 38,1 “in memoriale”; Is 44,21; 62,6), affinché, come dice JHWH stesso, “Il popolo che ho plasmato per me celebri le mie lodi” (Is 43,21).

La stessa pace di cui gode Salomone e il suo popolo (cfr Ct 7,1; 8,10-11) è frutto del combattimento quotidiano di questi valorosi “guerrieri” liturgici che non tacciono mai (Is 62,6), che fanno sempre la memoria delle Sue misericordie (Sal 135), che si alzano nel cuore della notte per lodare Dio (Sal 119,62); che con le loro lodi prevengono l’alba (Sal 119,148); che sette volte al giorno si prostrano a Lui (Sal 119,164); sulla loro stuoia dovunque essi si trovano per pregare (Sal 4,5; 149,5).[2]

Nasce così in questo modo la “liturgia delle ore”, che ogni pio ebreo recita da millenni e che Gesù e i suoi discepoli hanno eseguito fedelmente (Mt 4,1-11; 13,35; 27,46; Mc 12,10-11; 15,34; Lc 9,28; 23,46; Gv 19,28; At 3,1; 10,9; At 16,25 e passim) proprio in nome di quella potestà regale davidica che Gesù è venuto ad ereditare, in nome della sua missione divina di Giusto Re Messia Figlio di Dio che è venuto a portare a compimento la guerra di JHWH contro Satan e i suoi satelliti, per instaurare il Regno di Dio e trasmettere i suoi poteri ai suoi apostoli perché continuassero la sua missione (Mt 28,16-20). Questa è l’Opera di Dio, “l’Ufficio Divino”. Ad essa tutto il popolo di Dio si è intimamente associato (Mc 16,16-20) con una partecipazione ed una adesione che fin dall’inizio della Chiesa è stata a dir poco entusiastica.[3]

La Chiesa, proseguendo l’opera del grande Re Davide e seguendo l’esempio di Gesù Re Messia, di Maria Regina Madre (At 1,14) e degli apostoli re pastori del popolo di Dio, ha affidato in modo particolare ai suoi re pastori e alle schiere dei suoi presbiteri il compito di continuare la lotta contro il nemico per strappargli di mano gli uomini (cfr Lc 5,10),[4] per difendere e proteggere tutto il popolo di Dio, esortarlo a resistere, rammentargli le grandi misericordie di Dio, ravvivare la sua speranza ed incitarlo ad elevare in alto la sua lode. L’episcopo ed il presbitero sono quindi, in virtù del potere di giurisdizione a loro conferito sul popolo di Dio, i re pastori che edificano e guidano ogni giorno il gregge di Dio difendendolo dai lupi rapaci (Mt 10,16).

La liturgia delle ore è ormai l’arma del re pastore nell’esercizio quotidiano del suo governo. Essa, rinvigorita e sostanziata da un potere tutto nuovo rispetto all’AT che è la carità divina che sgorga dall’Eucarestia, fuoco divino che tutto brucia, tutto riconcilia, tutto trasfigura e ricapitola con la potenza dello Spirito Santo nel Corpo di Cristo glorioso, è, per ogni momento della vita quotidiana, supplica ed esortazione alla lotta, esorcismo contro Satana e combattimento spirituale; pianto per le ferite e richiesta di guarigione; notte dello spirito e vittoria su ogni tipo di male; inno di gioia e canto di ringraziamento per essere infine eterna effusione di lode al Dio degli eserciti che libera i suoi eletti da ogni male (cfr Lc 21,18).

Mi si permetta una conclusione un po’ provocatoria, ma che credo essere profondamente vera: se ogni parroco, re e pastore della porzione del suo popolo per mandato del suo Vescovo e del Sommo Pastore, dopo aver celebrato devotamente ed applicato bene l’Eucarestia, non facesse altro che recitare bene ogni giorno la sua liturgia delle ore, magari integrata con i salmi imprecatori per ora non presenti nel breviario romano, per tenere lontano Satana dalla sua parrocchia, avrebbe già fatto il suo dovere di parroco e porterebbe a compimento la missione che l’Apostolo ha ricevuto da Dio : “Io ti mando ai pagani, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati in me” (At 26,18).

Don Sandro Carbone

[1] Cfr A. Chouraqui, Il Cantico dei Cantici e introduzione ai Salmi, Città Nuova, Roma 1980, 157-160.

[2] Il termine mishkav che troviamo ad esempio nel Sal 4,5 e 149,5 (esultino i fedeli sui loro stoini), non significa “letto”, ma lo stoino della preghiera che il pio ebreo stendeva sette volte al girono per prostrasi nella preghiera rivolto verso Gerusalemme.

[3] Cfr Egeria, Diario di viaggio, Ed paoline, Milano, 1992, 206ss, ci racconta la liturgia che si svolgeva a Gerusalemme nel IV secolo: “Ogni giorno [a Gerusalemme] prima che spunti la luce si aprono tutte le porte dell’Anastasi e vi discendono tutti i monaci, le vergini, e non solo questi, ma anche i laici, uomini e donne… e si cantano inni e salmi e si risponde alle antifone… e tutto il popolo. Il settimo giorno, cioè la Domenica, prima che il gallo canti, tutta la moltitudine che può stare in quel luogo si raccoglie nella basilica. Poiché i fedeli hanno paura di non arrivare per il canto dei galli, vengono in anticipo e si siedono lì. Si cantano inni, salmi…” ecc.

[4] “Non temere, d’ora in poi sarai cacciatore (zōgrōn) di uomini”. Il termine greco “cacciatore” in Luca indica la fatica che deve fare il missionario che porta il vangelo ai pagani per strappare (“cacciare” piuttosto che “pescare”) le anime a Satana principe di questo mondo.