“Dio aggiunse a Mosè: Dirai agli israeliti: Jahveh, il Dio dei nostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre: questo è il mio memoriale di generazione in generazione” (Es 3,15).

Apparendo a Mosè nel roveto ardente, Dio dice di essere “Colui che è presente” (questo è il significato del nome ebraico Jahveh), cioè vicino a tutti coloro che lo invocano. Nasce così la preghiera nella Sacra Scrittura, che è in primo luogo invocazione del nome del Signore, quindi memoriale. Questo memoriale porta con se tutto il contenuto del nome di Dio e l’efficacia della sua presenza. Rispondendo a Mosè che intercede per il popolo dopo il peccato del vitello d’oro, Dio illustra Lui stesso ciò che significa e realizza il suo nome per chi lo invoca:

“Jahveh, Jahveh, il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione” (Es 34,6-7).

“Chiunque invoca il nome del Signore sarà salvato” (Giol 3,5 ),

riprende il profeta Gioele, il quale afferma appunto che l’invocazione del nome del Signore fatta con fede porta con se la salvezza, cioè tutta la misericordia, l’amore, la grazia e la fedeltà che quel nome contiene. Essa si riversa, per così dire, su colui che lo invoca.

Questa invocazione del nome del Signore era diventata tanto comune presso gli ebrei, da costituire una specie di qualifica usata per designare il pio israelita in quanto tale, definito da Isaia “rammentatore di Jahveh”: “Voi che fate il memoriale di Jahveh, non prendetevi mai riposo, e neppure a Lui date riposo, finché non abbia ristabilito Gerusalemme” (Is 62,6-7).

Abbiamo addirittura diversi Salmi che portano questo titolo: Salmo. In memoriale, come il salmo 38 o il 70: essi contengono tutti la frase tipo:

“O Dio vieni in mio aiuto, Signore vieni presto a salvarmi”

che noi ripetiamo sempre all’inizio della liturgia delle ore, del rosario ecc., e che fa parte della preghiera continua del pio israelita, il quale la ripeteva migliaia di volte al giorno, ed anche dell’antichissima tradizione monastica, come ci testimonia Cassiano (monaco del IV secolo):

“La preghiera espressa in questo versetto deve continuamente risuonare sulle nostre labbra: nelle avversità per esserne liberati, nella prosperità per essere conservati, ed essere al tempo stesso preservati dall’orgoglio. La meditazione di questo versetto deve svolgersi ininterrottamente nel nostro cuore. In qualsiasi lavoro, in qualsiasi dovere, anche viaggiando, il monaco deve sempre cantare quel versetto. Nel mangiare, nel dormire, in ogni altra necessità della natura, deve meditare su quelle parole. Questo pensiero continuo diventerà una formula di salvezza che, non soltanto proteggerà dagli assalti dei demoni, ma purificherà anche da ogni vizio e da ogni macchia terrestre; eleverà alla contemplazione delle cose celesti e invisibili; condurrà ad un ardore ineffabile di preghiera, che pochi soltanto conoscono per esperienza. Il sonno vi colga mentre meditate questo versetto; a forza di ripeterlo, dovrete prendere l’abitudine di cantarlo anche in sogno. Quelle parole siano il primo pensiero che si presenta alla mente del monaco che si sveglia. Recitatele in ginocchio, appena scesi dal letto; vi accompagnino poi in tutte le azioni, senza lasciarvi mai un istante. Le mediterete, secondo il comando di Mosè “stando in casa e camminando per via “  (Dt 6) andando a dormire e alzandovi da letto. Quelle parole scriverete sulle vostre labbra, le scolpirete sulle mura della vostra casa, nell’intimo dei vostri cuori, di modo che siano per voi un tema ricorrente quando pregate, siano pure la vostra preghiera continua, quando dall’orazione tornerete alle occupazioni della vita quotidiana”.

Dio stesso scrive con le sue dita le dieci Parole fondamentali che ogni credente deve ricordare per camminare sempre con il suo Dio e piacere a Lui, come Enoch (cfr Gen 5,22 e Es 24,12; 31,18). Dio stesso poi diede ordine a Mosè di completare la stesura per iscritto di tutte le Parole che aveva udito sulla montagna (cfr Es 24,4:

“Mosè scrisse tutte le Parole del Signore” e Dt 31,24: “Quando Mosè ebbe finito di scrivere su un libro tutte le parole di questa legge..disse: “Prendete questo libro della legge e mettetelo a fianco dell’arca dell’alleanza del Signore vostro Dio: vi rimanga come testimonianza”).

Nasce così la Parola di Dio che dà fondamento e contenuto al memoriale e fa nascere la preghiera vera, quella cioè oggettiva, rivelata da Dio, tutta piena del contenuto della rivelazione, che nasce dall’ascolto della Parola:

“Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” .(Dt 6,4-9).

Nasce così la preghiera d’Israele e della Chiesa, fondata sull’ascolto e sul memoriale.

Poi Dio si preoccupa di sostanziare il memoriale anche con gesti comunitari celebrativi e rievocativi dei grandi interventi di Dio nella storia a favore del suo popolo, gesti che nascono dalla Parola e sono sempre accompagnati dalla Parola. Ecco il primo racconto in cui stabilisce il primo rito del memoriale partendo dall’evento della Pasqua ebraica:

“Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia… Preso un po’ di sangue lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case….In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco… E’ la Pasqua del Signore. In quella notte io passerà… Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne” (Es 12,1ss.).

Tutto ciò, come ben si sa, sarà ripreso poi da Gesù, dall’ultima Cena in cui disse:

“Questo è il mio corpo che è dato per voi: fate questo in memoria di me” (Lc 22,19),

sino andare a ritroso alla sua prima Parola pronunciata nei Vangeli:

“Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49),

in cui le cose del Padre suo sono la Parola di Dio che si insegnava nel tempio e si pregava nella liturgia e personalmente ogni giorno, cosa che in tutta la sua vita terrena Gesù puntualmente farà, come ogni pio ebreo, sette volte al giorno (Sal 118, 164 ), al tempio (cfr Gv 2,13; 5,1; 7,10 ecc.), alla sinagoga (cfr Lc 4,16), nel silenzio della solitudine notturna (cfr Lc 6,12), o mattutina (cfr Mc 1,39). Preghiera di Gesù fatta essenzialmente di ruminatio della Parola di Dio (cfr Mt 4,1-11; 27,46 ecc.) che Gesù conosceva a memoria (cfr Gv 7,15) e citava e rievocava in ogni circostanza.

Cosi la Parola di Dio vissuta e celebrata dal popolo di Dio è la fonte primaria della preghiera. Se vogliamo infatti parlare oggi della preghiera, ma non di una preghiera generica, ma della preghiera cristiana, dobbiamo allora parlare della preghiera oggettiva, cioè agganciata all’oggettività teologale, cioè alla “totalità della Parola rivelata e rivelante, su Dio, Uno ma anche Trino, Padre, Figlio, Spirito Santo, sull’uomo e sulla relazione tra questo Dio e l’uomo in Cristo, nonché su quelle azioni, pure rivelate da Dio, come aventi una suprema efficacia oggettiva di santificazione, cioè i sacramenti. Questa preghiera è la preghiera ereditata da Israele, la preghiera della Chiesa primitiva, delle più antiche anafore, della maggior parte dei Padri dei primi quattro secoli, ecc.

Si può distinguere da un altro tipo di preghiera che non punta, oppure presto si sgancia dalla Parola di Dio, e dalla storia della salvezza, e persino da suo apice, cioè Cristo crocifisso: si fissa, o immediatamente o troppo presto, sul rapporto tra l’uomo e Dio, questo considerato neoplatonicamente come l’Uno, l’Assoluto, in cui resta come assorbita o svanisce la storia della salvezza e, almeno a un certo punto, il suo apice, cioè il Cristo, e ancora tutto il suo organon sacramentale. Per contro, per questa preghiera, si insiste sempre più sulla concentrazione totale della mente e della psiche, sulla immersione di se nel proprio se profondo, mediante una simultaneità, opportunamente graduata e disciplinata, dell’impegno del corpo, della parola, e dello spirito (parola e spirito qui intesi con la minuscola). Perciò tale preghiera, in scritti recenti, è definita non come teologale ma come antropologica: anche se poi si dice che essa aspira ad un momento di illuminazione interiore o di deflagrazione nell’anima della luce dell’Uno, momento che costituirebbe appunto l’apice della preghiera stessa, con la fusione di colui che prega con Colui che è l’oggetto della preghiera.

Si può da questo capire come in tale via di preghiera abbia un rilievo dominante la fenomenologia soggettiva sperimentata dall’orante o, se non sempre dall’orante considerata, almeno primariamente considerata da chi osserva, assiste, dirige l’orante e ne valuta e descrive gli stadi e i gradi della preghiera stessa (locuzioni, visioni, estasi, unioni estatiche, matrimonio spirituale). Con in più un pericolo, che può addirittura divenire catastrofico, che cioè in questa concezione dell’orazione, dei suoi metodi e dei suoi stadi, si possano insinuare – talvolta poco ancora, talvolta anche molto – forme e concetti sincretisti, cioè appartenenti all’universo culturale di altre religioni, per es. L’induismo e il buddismo, in quella porzione loro più caratteristica e più irriducibile alla fede cristiana (negazione della distinzione tra il Creatore e la creatura; negazione di una mediazione adeguata tra Quello e questa; negazione di Cristo, come unico mediatore, negazione della croce come evento unico della salvezza, negazione dei sacramenti scaturenti dal crocifisso ecc.).

La Lectio divina

Tenendo conto dei principi fondamentali enunciati nell’articolo sorso, dobbiamo dire che per iniziare a leggere la Scrittura dobbiamo partire dal fatto che essa è un unico libro, nonostante la diversità di libri scritti in epoche ed autori diversi che la compongono, perchè unico ne è l’autore: lo Spirito Santo. Ne consegue che in primo luogo chi vuole avvicinare la Bibbia la deve leggere tutta in ordine, dall’inizio alla fine. Si consiglia per iniziare una lettura veloce e continua di tutto il testo. Veloce significa senza soffermarsi sui problemi che emergono o sulle cose che non si comprendono, confidando nel fatto che procedendo nella lettura a poco a poco i problemi si chiariscono da soli, perchè, altro grande principio interpretativo, la Scrittura si spiega con la Scrittura. Infatti, la progressione dei libri biblici non è messa a caso, ma predeterminata da un ordine (Canone) che la Chiesa ha ricevuto dalla tradizione profetica (per l’Antico Testamento) ed apostolica (per il Nuovo Testamento), ed è strutturata in modo tale da costituire essa stessa il più valido criterio interpretativo. Così i profeti illuminano la Legge di Mosè e la storia d’Israele, i Sapienziali illustrano il disegno creativo di Dio, le parti più recenti dell’Antico Testamento spiegano le più antiche ed infine il Nuovo Testamento chiarisce tutti i misteri.

Dedicando dieci minuti al giorno per la lettura, in circa nove mesi si legge tutta la Bibbia, e un grande passo è fatto: si ha davanti agli occhi tutto il possente disegno storico salvifico di Dio. Fatto questo passo è necessario in seguito addentrarsi in una lettura attenta e mirata del testo. Si sceglie un libro biblico e si inizia una lettura continua del testo, brano per brano, secondo la divisione fornita dalle principali bibbie strutturate che sono in circolazione, come la Bibbia di Gerusalemme, la Bibbia TOB, la Bibbia della Marietti, ecc. Ogni pericope va letta più volte (meglio se la lettura è fatta a voce alta) ed attentamente, cercando di cogliere la struttura del testo e il senso di quello che si sta leggendo. Si cercherà quindi di capire come è composto un testo, quale siano le parti introduttive e conclusive, quale sia il suo contesto, quale sia il centro del discorso, la frase più importante o le parole chiave. Talvolta sarà necessario individuare anche il genere letterario del testo, cioè la sua forma letteraria, per capire se è, ad esempio, una parabola, una allegoria, un racconto storico, epico, una lirica, un inno, una preghiera ecc. Non occorre grande scienza: quando compriamo un libro ci chiediamo: che libro è: un romanzo, un giallo, un libro di storia, di poesie, di novelle ecc? Lo stesso lavoro possiamo fare quando leggiamo una pericope della Bibbia. Questo ci aiuterà a porci la domanda più importante: cosa vuol dire questo testo, qual è il suo significato fondamentale?

Lo scioglimento di questa domanda sarà reso possibile soprattutto dalla comprensione del significato delle parole che leggiamo. Dobbiamo andare su quelle che sono le parole chiave del testo prima individuate, e cercare di scioglierne il significato. Per far questo occorrerebbe un dizionario biblico o una concordanza, ma per cercare di limitare al massimo gli strumenti necessari, diciamo che è sufficiente consultare i passi paralleli che si trovano nelle suddette edizioni della Bibbia posti a lato o in nota al testo, nonché gli indici analitici posti in fondo al libro, per riuscire attraverso alcuni confronti a rintracciare il significato di una o più parole fondamentali del brano in questione. Per esempio: se scopro che una parola chiave del testo è il termine giustizia e se vedo che in nota o a margine della frase contenente questa parola vi sono delle citazioni, vado a consultare quelle per vedere alcuni altri passi chiave dove ricorre quel termine, e da lì potrò già farmi un’idea iniziale del suo significato, che mi permetterà di addentrarmi nell’orizzonte del significato totalmente nuovo rispetto alla mia lingua, che la Parola di Dio attribuisce a quel termine.

Lectio Divina vuol dire lettura divina, cioè lettura del testo nello Spirito di Dio. La comprensione di un testo biblico è essenzialmente opera dello Spirito Santo che  lavora interiormente per ricordarci la parola (termine tecnico: meditatio) e per insegnarcene il significato, il quale consiste sempre in un dono di Grazia che ci permette di crescere facendo interiormente esperienza di ciò che la Parola di Dio vuol dire. Così, ad esempio, capirò cosa vuol dire “giustizia” nella Bibbia soltanto quando lo Spirito Santo mi farà fare esperienza della santità di Dio e contemporaneamente del senso del mio peccato; allora la mia bocca si aprirà alla preghiera ed invocherà il perdono divino, cioè la giustificazione. Solo allora sarà arrivato a capire che cosa voglia dire il termine giustizia. Ma qui siamo già arrivati all’oratio ed alla contemplatio, che sono altri due momenti successivi della lectio divina, di cui parleremo un’altra volta. Per ora basti concludere con le parole di S. Giovanni:

“Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 25-26).

Perché lo Spirito Santo possa ricordarci tutte le cose che Gesù ci ha detto, bisogna che prima noi le abbiamo udite. Quindi l’ascolto delle Parole di Gesù, cioè la lettura del testo biblico, è condizione indispensabile perché lo Spirito possa operare in noi insegnandoci le cose divine.